Una delle peculiarità dei graffiti è quella di rendere visibile e perciò, immediatamente fruibile, un'idea. I graffiti trovano spesso una naturale collocazione nelle zone di frontiera, che sia frontiera culturale schierata a protezione di un'identità o ultimo baluardo di civiltà in un quartiere o in una città.
Al confine tra lo Stato d'Israele e la zona amministrata dall'Autorità Nazionale Palestinese esiste un muro: un colosso grigio di cemento armato, dotato di torrette, permeato da varchi di sicurezza che attuano controlli molto più fiscali di quelli aeroportuali europei o statunitensi e gestiti direttamente da Tshal, il temutissimo esercito israeliano. Il muro è stato oggetto di diversi pareri più o meno illustri, più o meno di parte, se ne è discusso sotto diversi aspetti ma mai come di una "tela". Il muro raccoglie, infatti, le speranze, i sogni e le minacce di una parte dei giovani dei due paesi in conflitto. I Palestinesi sono i protagonisti assoluti di questa forma di dissenso, poichè esprimono molti dei loro desideri, di pace o di vendetta, sul muro di difesa. Una tela lunga centinaia di chilometri che è frequentata da vari artisti locali ed internazionali, incredibilmente famosi o sconosciuti, poco dotati di talento con le bombolette ma comunque, ognuno con un messaggio da veicolare. E' sul muro che si danno appuntamento i giovani palestinesi per dire "no" a tutto quello che rappresenta. "Non voglio questo muro - mi dice un giovane poco più che diciottenne - voglio potermi muovere in libertà". "E' quello che facevano i martiri suicidi dei vari gruppi palestinesi, che poi si facevano esplodere nelle pizzerie o sugli autobus a Gerusalemme" – gli obietto. "Ma io non sono uno di loro-mi dice con un misto tra stupore ed incredulità- io voglio vivere in pace!" è la sua risposta che non farebbe una grinza se non fosse che la differenza tra chi uccide e chi non ha interessa a farlo, si vede sempre dopo un omicidio o una strage.

"Non ce l'ho con gli israeliani, possiamo vivere in pace in tutta la Palestina, come abbiamo sempre fatto" - sostiene una ragazza che dipinge mani con un guanto di lattice. "A me non pare, vi siete sempre fatti la guerra" gli rispondo, tra il polemico e l'ironico. "Certo hanno invaso il mio paese" - mi fa notare con sicurezza. In quel momento, capisci che il muro diventa una difesa per gli israeliani e qualcosa di molto più importante per i palestinesi. E' una tela dove vengono espresse opinioni, celebrate battaglie, inviati segni di pace, sostenuti messaggio d'odio. C'è un carico emotivo così forte sul muro, dalla parte palestinese, che se fosse così intenso anche dalla parte israeliana, crollerebbe, come fecero le mura di Gerico.
Dalla parte israeliana non si vede la stessa potenza comunicativa, anzi non si vede proprio nulla come se quel mostro grigio fosse la fine del mondo, il nuovo confine che una volta era rappresentato della Colonne d'Ercole.
E' l'esatto opposto del muro di Berlino, era dipinto dalla parte occidentale da coloro che avevano più libertà di movimento e intonso da parte orientale dove non c'era la possibilità di avvicinarsi. Gli israeliani non sembrano interessati ad esprimere opinioni sul muro e neanche ad andare a vedere l'altra parte. I palestinesi, invece, stretti tra la pressione dei propri governanti divisi tra la striscia di Gaza e la Cisgiordania, strozzati dalla crisi economica e sociale, presi tra il fuoco degli insorgenti e l'esercito israeliano, affidano le loro emozioni alla vernice ed al muro.
Il muro che può diventare la più grande "tela" del mondo anche se in questa funzione i suoi costruttori non l'avevano proprio pensato.



 

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Saturday, 03 December 2016
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