L’obesità rientra tra quelle malattie che hanno paura di definirsi tali; un po’ perché sottovalutata dalla società, un po’ perché così diffusa da esser percepita come condizione accettabile.
Ma non è così: l’obesità uccide e lo fa senza pietà. L’eccesso e l’accumulo di grasso nei tessuti corporei può condurre a malattie cardiache e respiratorie, causa diabete e molte altre conseguenze dannose per il nostro organismo.
L’obesità infantile risulta essere uno dei problemi più diffusi in età pediatrica; causata da una maleducazione alimentare, col tempo prende le forme di un turbamento nutrizionale latente che conduce il bambino a un triste destino fatto di affanno, di disturbi fisici e psichiatrici.
Ebbene si, perché la condizione in cui verte un bimbo in sovrappeso è spesso una condizione di insicurezza, di difetto e di vergogna.
Lungi dall’essere un inno alle taglie piccole, questo articolo non vuole denigrare la carne, le forme e la buona forchetta ma denunciare la condizione fisica che raggiungono coloro che fanno del cibo una malattia.
C’è chi da la colpa al mondo capitalista, al Mc Donald’s, al cibo spazzatura e ai miti americani. C’è chi se la riprende con l’obesità e con il peso finanziario che imprime sulle risorse nazionali.
Fatto sta che le percentuali che testimoniano l’obesità infantile sono alte e, sorprendentemente, se l’Italia si conferma come uno dei paesi con il più alto tasso di sovrappeso infantile (con il 20,9% di bimbi in sovrappeso e il 9,8% obeso), negli Stati Uniti osserviamo un’inversione di marcia ed i bambini oversize, tra i 2 e i 5 anni, diminuiscono più del 40 %.



L’agenzia pubblicitaria americana Area23, con il supporto di diaTribeFoundation, ha sviluppato una campagna di sensibilizzazione toccante a riguardo. Il progetto fotografico “Child Obesity is a Life Sentence” raffigura bambini costretti in una corazza che simboleggia la condizione sia fisica che psichica di chi è affetto da obesità.
La “protezione” li allontana dal mondo e impedisce loro di vivere una vita da bimbi: una vita fatta di passioni, di hobby e di divertimenti. Così, col viso spento e rassegnato un bambino non può dedicarsi alla sua passione per il nuoto, un altro stringe un pallone tra le mani senza poter palleggiare e giocare con altri coetanei.
Una campagna che fa leva sui disagi di una vita troppo pesante, di un’esistenza basata su principi alimentari malsani e trascurati, spesso avallati da chi dovrebbe dare il buon esempio ed insegnare a volersi bene.
Il primo passo per aiutare e per aiutarsi è accettare la propria situazione e rendersi conto del confine tra salute e danno fisico, tra accettazione di sé ed accettazione della malattia.


loading...
Saturday, 10 December 2016
Back to Top