DOPO LO STUPRO Grace Brown, studentessa Usa di 19 anni, ha chiesto alle vittime di violenza sessuale di farsi fotografare con un cartello con scritto quel che dicevano gli aggressori. È nato così “Unbreakable“, progetto che unisce, attraverso il web, i “sopravvissuti” di tutto il mondo. E che ha salvato anche lei.

Lo faccio per la ragazzina che è stata molestata e poi violentata dal patrigno. Per la ragazza che è stata forzata a fare sesso orale nel mezzo di una discoteca. Per la 17enne che ha ricevuto una proposta da suo nonno”. Grace Brown parla senza esitazioni su YouTube guardando con i suoi grandi occhi color smeraldo dritto in macchina. Grace è una studentessa della School of Visual Art di New York il cui progetto Unbreakable (Indistruttibili) sulle vittime di molestie e stupro, partito dal dormitorio dell’Università lo scorso ottobre, è diventato un fenomeno virale su internet, rimbalzato dai blog di alcune femministe al New York Times, al Washington Post, al Guardian, alla Bbc. Ma il dettaglio più incredibile è che Grace ha solo 19 anni, età in cui non si sa ancora bene chi si è e come va il mondo, si cerca di orientarsi tra i corsi del college e durante il tempo libero si pensa a uscire col fidanzato, e sicuramente non a mettere in piedi nella Rete un progetto fotografico così controverso, con ambizioni artistiche nonché speranze di guarigione per le persone che coinvolge. E che oggi è diventato un lavoro a tempo pieno. “Non lo avrei mai immaginato”, dice Grace. “Pensavo di raggiungere 200, 300 persone al massimo, ma… migliaia? È pazzesco, lo stupro è un argomento così difficile. Ogni mattina appena apro la posta trovo centinaia di email, a parte i messaggi, e i commenti sul blog. E centinaia di foto da Usa, Canada, Nuova Zelanda, Spagna, Italia, Regno Unito, Dubai… Mi aiuta un assistente, perché da sola non riesco più a stare dietro a tutto”.

Quando si parla di questi argomenti si citano soprattutto le statistiche, e le statistiche non arrivano al cuore delle persone. Sapere che una donna su tre e un uomo su cinque sono molestati nell’arco della vita, che in Usa ci siano state l’anno scorso 188.280 vittime di violenza sessuale e che la maggior parte, il 60 per cento circa, non viene nemmeno denunciata (in Italia, circa 6 milioni di persone hanno subito una violenza, ma il 96 per cento delle violenze è sommerso) è doloroso, ma di quel dolore che occupa lo spazio di qualche secondo per fare posto alla prossima informazione. “Sei una statistica?”, chiede Grace nel video. Unbreakable vuole far sì che le statistiche si reincarnino nelle persone e rivelino segreti tenuti nel cassetto anche per anni al mondo intero, e lo fa con una semplicità assoluta. Grace fotografa le vittime mentre reggono un grande cartello bianco sul petto che riporta, scritta a pennarello nero, la frase che l’aggressore, di volta in volta il padre, il nonno, il fidanzato, lo sconosciuto ha detto durante la violenza. Si va dall’insulto nudo e crudo “Supplicami, lesbica”, al manipolativo “Questo è quello che tutti i padri fanno alle loro bambine… Sai che ti amo”, al minaccioso “Smettila di piangere… e se lo dici ammazziamo te, tua madre, tuo padre, tuo fratello. Persino la tua nuova sorellina”.

A volte le facce sono scoperte e frontali, l’espressione mista tra rabbia e coraggio, altre volte si vedono solo le mani o gli occhi. L’effetto è comunque potente per chi guarda e, crediamo, catartico per i soggetti: quelle parole che una volta hanno annichilito o gettato vergogna su chi le ha subìte, oggi tornano in superficie per denunciare e rimpicciolire chi le ha pronunciate. Tutto è inziato lo scorso ottobre, quando Grace ha cominciato a postare online le prime foto di conoscenti accompagnandole con storie brevi o commenti, a volte nulla, le frasi erano già abbastanza esplicite. Chi leggeva il blog ha chiesto di mandare le proprie e nel giro di poche settimane si è scatenata una valanga. Non l’abbiamo incontrata di persona questa ragazzina del Massachusetts dai folti capelli ricci e bruni, ci abbiamo parlato per telefono. È emozionata. Quando era ancora alle superiori voleva fare una scuola per counseling di violenza sessuale. Ma le piaceva molto anche la fotografia. In questo modo ha potuto lavorare con entrambe le passioni. L’idea le è venuta la scorsa primavera mentre stava lavorando a un altro progetto, 50 Extraordinary Women: le donne che hanno più influenzato la sua vita. “Una sera, una mia coetanea mi ha rivelato che a 14 anni era stata molestata durante una festa. Era andata a dormire ubriaca e un “amico” le si è infilato nel letto. Non riuscivo a crederci, non me lo sarei mai aspettato. E non era la sola. Una persona a cui voglio molto bene, che per me è stata come una madre, mi ha raccontato di essere stata anche lei molestata dal patrigno dall’età di 5 anni e dai 10 in poi violentata ogni giorno. La sua vita è andata avanti, è una donna sposata, con figli, fa la make-up artist. Ho scoperto che noi camminiamo tutti i giorni in mezzo a sopravvissuti; sul metrò, per strada, a scuola. Sono ovunque ma non lo sappiamo.

Volevo fare qualcosa che avesse a che fare con la loro forza”. Femminista lo è diventata alle superiori. “Il femminismo mi ha reso più consapevole e forte. Non sono militante ma voglio fare la differenza”, dice. La sta già facendo. Le storie delle Unbreakable andrebbero lette a una a una. “Il mio patrigno mi ha violentata dalla quinta elementare alle superiori”, scrive la ragazza con il cartello viola “Pensa che sia un lecca lecca”. “Quando finalmente l’ho detto a un’infermiera durante educazione fisica, a casa mia è scoppiato l’inferno. Mia madre se n’è andata via, lontano da lui. Il mio patrigno non ha mai ammesso la verità. Oggi le acque si sono calmate, ma mia madre è ancora sposata con lui. So che è in una posizione difficile ma a volte non posso fare a meno di provare amarezza per il fatto che lo vede e vorrebbe reintrodurlo nella mia vita. Onestamente vorrei che fosse morto, vederlo morto mi procurerebbe meno dolore. Grazie a te per avermi dato il coraggio di raggiungervi e alle altre donne e uomini per aver condiviso la loro storia. Anche se la battaglia continua so che saremo ok!”. Un’altra ragazza con la scritta “Non rimpiango nulla. Non ho fatto nulla di male”, racconta: “Ero ubriaca a una festa dell’ufficio. Questo tipo era amico dei miei colleghi e ha insistito un sacco per baciarmi. Gli ho detto di no mille volte. Avevo 18 anni, pensavo bastasse. Ma mi ha forzato e alla fine mi sono arresa, ero troppo stanca. A un certo punto ero talmente stufa che sono andata via dalla festa incamminandomi per una strada pericolosa. Non me ne fregava nulla, volevo sbarazzarmi di lui. I colleghi lo hanno mandato per “prendersi cura” di me. Ha cominciato a sbattermi contro un muro per strada, mettendomi l’uccello in mano e cose del genere. Ho gridato un sacco. Poi sono scappata. Il giorno dopo i colleghi mi hanno preso in giro. Hanno detto che nessuno fa cose che non vuole fare e che essere ubriaca era una scusa debole. Più tardi è venuto quel tipo. Gli ho detto che lo disprezzavo ma mi ha risposto che non aveva fatto nulla di male. Se non fosse stato per lui mi avrebbero rapinato. Da allora non ho una relazione normale. Era il 2007. Non mi fido di nessuno. E ho passato anni a credere che fosse colpa mia”.

“Sapevo che il progetto avrebbe toccato un punto dolente”, dice Yvonne Moss, la make-up artist di 57 anni a cui Grace si riferisce come seconda mamma e che regge il cartello con le parole: “Questo è un test. Se lo dici a mamma sapremo entrambi che non ci si può fidare di te”. “Sono rimasta sorpresa da quante ragazze abbiano mostrato la loro faccia. Non l’avrei fatto alla loro età”. La maggior parte delle persone che hanno postato la loro foto è donna, ma non mancano gli uomini. “Sono il 15-20 per cento, ma spero si facciano avanti altri. È difficile, la nostra società non è ancora pronta e loro pensano che avrebbero dovuto reagire in modo diverso, si sentono meno uomini per quello che gli è successo, cosa assolutamente non vera”, dice Grace. Uno di loro, un ragazzo con barba e jeans, regge il cartello con “Se lo dici a qualcuno… ti ammazzo”. Sotto si legge: “L’idea che dovrei aver paura dei miei aggressori (sì, erano due) mi sembra assurda. Vivo nel mio appartamento in un quartiere sicuro, con un fucile per difesa. Ma quando hai 5 anni credi a qualsiasi cosa ti dica un adulto. Non l’ho raccontato a nessuno per 15 anni e la prima volta che l’ho confessato ho vomitato e sono quasi svenuto. Durante gli ultimi anni ho piano piano demolito la quantità di paura e controllo che hanno coltivato i miei aggressori. Il mio terapista dice che le vittime uomini non si fanno avanti spesso, ma è un trend che mi piacerebbe rovesciare”. Non c’è dubbio che il progetto abbia un valore sociale più che artistico. Eppure è proprio per il contesto fotografico e quella parola, indistruttibile, che la gente si è fatta avanti. “Il messaggio più commovente l’ho ricevuto la scorsa settimana da questa persona che mi ha detto che entra ed esce dagli ospedali e prende a intermittenza psicofarmaci. È disperata e sta cercando in tutti i modi di tenere assieme la sua vita, ma quando guarda le foto del sito tira un sospiro di sollievo”. Non deve essere facile avere a che fare con tanto dolore, da adolescente in particolare. Quando le chiediamo quale storia l’ha commossa di più, Grace piange dall’altra parte del telefono. “Ogni volta che guardo quelle foto è un pugno allo stomaco. È terribile. Ma ho intorno gente che mi aiuta, e sto imparando a reagire anche io. A prendermi cura di me”. In che modo l’ha cambiata questa esperienza? “Sono diventata più sensibile agli altri. E poi c’è una piccola cosa che però è una grande cosa. All’inizio di questo lavoro per me erano tutte vittime. Ma oggi non uso più quella parola a meno che non voglia descrivere l’episodio di violenza in sé. Non è esatta. “Sopravvissuti” è la parola giusta”. Verso la fine dell’intervista troviamo il coraggio di fare la domanda che ci stava a cuore dall’inizio: anche tu sei stata una vittima? Qui la ragazza vacilla, poi dice che non vuole parlarne, non è parte del progetto, che la sua famiglia, a parte il padre che l’ha aiutata molto, non accetta quello che ha fatto. Ci è voluta una mattinata intera per scoprire quello che le è successo. Abbiamo guardato e riguardato quelle foto sul sito con l’attenzione di un poliziotto, alla ricerca di un indizio. A un certo punto l’abbiamo riconosciuta. È lei, la ragazza col cartello che dice: “Posso darti un assegno per farti stare zitta?”. Incuriosite abbiamo cliccato sulla foto ed è comparsa la storia di Grace. L’artefice di quella frase era suo nonno, che un paio di anni fa si è proposto con le parole: “So che i soldi ti piacciono. Ti piacerebbe guadagnare mille dollari?”. “Ho sentito uno scoppio di rabbia e gli ho risposto che non volevo i suoi soldi. Era esattamente quello che odiavo quando ho fatto un lavoro sul femminismo, l’idea che gli uomini potessero cancellare quello che facevano o meno con i soldi. Non volevo i suoi “soldi del silenzio”. Il solo pensiero mi faceva stare male. A parte quello, sapevo che sarei rimasta zitta comunque”.

Oggi Grace, che sta organizzando una mostra a New York ad aprile, spera di portare il suo progetto in tour fotografando sopravvissuti di ogni parte del mondo. Vorrebbe anche che Unbreakable si trasformasse in una sorta di servizio counseling con l’aiuto di professionisti. “Mi scrivono in tanti e non ho l’esperienza necessaria per rispondere”. Quando lo concluderà? “Non credo che lo finirò mai perché sfortunatamente ci saranno sempre soggetti da fotografare. So che è doloroso continuare, ma non voglio smettere. Qualcuno deve pur farlo. È la mia chiamata”.

Di Mara Accettura per ” d.repubblica”

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Saturday, 03 December 2016
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