Un cielo grande quanto una stanza, il giorno inizia e finisce tra quattro mura, il tempo si ammazza tra videogiochi e social network: vita da giovane Hikikomori, così li chiamano in Giappone gli adolescenti che si barricano in casa per non affrontare il mondo esterno. Rifiuto totale della società, fobia per le relazioni, sentimento di vergogna che monta e paralizza nel corso di settimane, mesi o anni trascorsi in isolamento. Sono loro i soggetti della serie “Hikikomori” di Francesco Jodice, film e fotografie realizzati nel 2004, in mostra alla Galleria Civica di Modena dal 13 al 21 febbraio 2016, per dare una voce “visiva” all’esercito di giovani affetti da questa forma di depressione. Dall’inizio del secolo ad oggi, nel Paese del Sol Levante, si contano più di un milione di persone affette da questa forma di depressione. In genere si tratta di adolescenti e giovani-adulti, soprattutto maschi, spesso istruiti, che scelgono di non uscire più dalla propria casa o stanza, rifugiandosi negli elementi della propria infanzia, nel gioco virtuale, nei manga, in Internet. Vivono soprattutto di notte, i ritmi biologici sono invertiti, rifiutano ogni responsabilità esterna (scuola, lavoro, famiglia) e attività sociale.

La ribellione passiva a una società spesso vissuta come competitiva e mortificante può assumere forme diverse, andando dall'appartenenza a gruppi chiusi (skaters, harajuku-kids), alla scelta di una vita priva di azione (Otaku, Hikikomori) fino all'annullamento (come nel caso del “suicide pact”). Dietro la clausura come protesta si cela il desiderio di realizzarsi nel proprio annientamento: una sorta di manifesto del “non esisto quindi sono”. L’assenza dalla società reale diventa spesso presenza ossessiva e onnipresente sul web. Anche la sessualità viene molto spesso vissuta virtualmente.
“Quando realizzai Hikikomori - ricorda il fotografo - il fenomeno costituiva per me una forma di disfunzionalità sociale molto importante; in modo forse incosciente gli Hikikomori, gli Otaku, le harajuku girls e i suicide pact erano forme silenziose di ribellione, distinte ma coeve e coerenti con i Seattle movements o i giovani delle banlieues. Gli Hikikomori costituivano per me una forma di "inconsapevole e nuovo eremitismo collettivo" per una generazione di giapponesi che rifiutavano la gerarchia sociale del paese; era come se un milione di ragazzi avesse detto alla nazione: “Sono queste le regole del gioco? Bene, noi non giochiamo più”.

Via Huffingtonpost

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Tuesday, 06 December 2016
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