E’ morto martedi 13 settembre a 89 anni Amico di McCartney aveva anche disegnato alcuni album dei Beatles.

Come in una poesia di Robert Frost, gocciano poco a poco, nel lavello inox della morte i grandi nomi della Pop, quasi a dimostrare che un certo senso di gruppo e di curiosa coesione di movimento l’avevano comunque conservato. Uno a uno, lentamente, inesorabilmente: un’emorragia. E pochi ce ne rimangono. In fondo, c’eravamo quasi dimenticati che ne resistono pochi, ancora: da Jim Dine, a Oldenburg, a Allen Jones. Adesso è caduto anche, alle soglie dei novant’anni, il decano Richard Hamilton, che rimaneva sopito da un po’ di tempo, nella sua fazenda-atelier di Oxfordshire, ove una celebre fotografia lo ritrae come un signore posato, quasi rinascimentale, che su un treppiede da night club annega tra i suoi quadri di prospettiva inabissata. La faccia lunga, buona, barbuta, da samaritano vulnerato ed offeso, la stessa che aveva regalato a un rivoluzionario da strada, dipinto nel suo periodo più engagé.

Nato a Londra nel 1922, dove è morto ieri (la notizia è stata comunicata dalla Gallerie Gagosian) Hamilton era inglese sin nel midollo, e (soprannominato il «daddy della pop art») padre nobile di quella branca indipendente della pop anglosassone, che poi avrebbe generato due suoi dediti pupilli, come David Hockney e Peter Blake. Molto vicini al suo gusto almanaccato e collage ed allevati alla sua scuola (perché Hamilton, che aveva abbandonato gli studi giovanissino e preferito diventare elettricista, piuttosto che non studiare cose astruse, per tutta la vita ha amato invece insegnare e condividere la propria arte. Come ha fatto con l’amico Duchamp, con Dieter Roth, con altri irregolari dell’arte). Ed essere inglese, per lui, vicino al gusto anticonformista ma sofisticato dei Beatles (amico personale di Paul McCartney aveva disegnato alcuni interni delle copertine dei loro dischi) o ad uno scultore eccentrico come l’amicissimo Eduardo Paolozzi, ha significato anche, forse in sintonia col solo Wesselman, essere lontanissimo dal gusto fumettistico americano di Liechtenstein, dalla serialità in fondo sguaiata e populisticheggiante di Warhol, dalla sessualità esibita e gonfiata di Mel Ramos o Allen Jones, che del nudo ha fatto un tavolino.

Hamilton no, niente gigantismo né feticci gommosi: è molto più vicino all’estetica francese-dada del «collage» spaesante, al foto-montaggio critico-demistificante (come Picasso ha pasticciato le Meninas). Le sue opere forse più celebri, che pur senza enfatizzare il più frequentato aspetto «popolare» Usa giocano molto con l’eleganza truccata e colta del Camp, del Kitsch rovesciato in fiaba cattiva, sono in fondo dei montaggi perversi e sarcastici d’interni consumistici e malati di perbenismo, ove irrompono, come Supermen improbabili, vanitosi culturisti, che però hanno la dimensione fragile d’un cartellone ritagliato, o delle lucide casalinghe nude-cotoletta, che agitano strani segnali stradali, che non portano da nessuna parte. Ed i veri neo-monumenti naufragati in queste linde case-catacomba del consumismo (altro che l’adesione complice di Warhol al Dio Supermercato!) stanze-fantasma in cui tutto è come decostruito e sovvertito, sono in fondo i trionfanti elettrodomestici-decalcomania, ritagliati dai bollettini pubblicitari porta a porta, trasformati in totem derisori. Talvolta «volti» di radioline e sagome di lucidatrici, che Hamilton inserisce direttamente nella tela, tali e quali, metallicamente riflettenti, prelevati dal tinello di casa ed inseriti ad assemblage.

Tardivo Leone d’oro veneziano, nel 1993, Hamilton deve molto della sua poetica al suo incontro fatale con Duchamp, di cui diventa amico e divulgatore. Quando in Inghilterra o in America si delineano le prime retrospettive del maestro dada, Hamilton che è tra i primi estimatori e conoscitori della sua filosofia profonda, si «specializza» nel replicare le sue opere più delicate, di vetro, o cancellate dal tempo. E procede proprio come uno scolaro: apprende dalla Green Box del maestro il metodo per materializzare i suoi fantasmi, e lo fa con l’assoluta complicità del Grande Vecchio, inventando una sorta di design celibe ed ironico.

di Marco Vallora per lastampa.it

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Saturday, 10 December 2016
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