Intervista a Lodovico Minelli, curatore indipendente, ideatore e concretizzatore di progetti nei settori dell’arte contemporanea e della comunicazione. Nel 1999 fonda la prima associazione italiana relativa alla cultura dei graffiti.

Street art e graffiti possono definirsi arte contemporanea?

“Graffiti e street art sono due fenomeni socio-culturali protagonisti degli spazi pubblici in tutto il mondo: i graffiti dagli anni ‘70, la street art dalla metà dei ‘90. Fra tutti gli attivisti interpreti di questi fenomeni, alcuni si possono definire a vario titolo artisti e producono arte più o meno influenzata da esperienze in strada. Non me ne voglia Francesco Bonami che, nel suo ultimo libro, scrive di Banksy “non è artista perché non dice e non fa nulla di nuovo”: a mio parere, l’artista inglese esprime il successo di Picasso, la ruffianaggine di Andy Warhol e l’appeal di un vandalo romantico senza nome”.

Può un fenomeno illegale conformarsi a circuiti d’arte tradizionali?

“I canoni estetici e commerciali contemporanei sono intrisi di influenze provenienti da graffiti e street art. Il segreto di tale successo è insito nella loro prepotente e ostinata presenza negli ambienti della vita di tutti i giorni, più che nella loro essenza estetica. Le insegne murali di inizi ‘900 a Buenos Aires, ad esempio, presentavano le stesse caratteristiche dei graffiti moderni e funzionavano ottimamente ben prima dei convogli dipinti della metropolitana newyorkese”.

L’idea di street art come “moda” è propedeutica alla sua commercializzazione? Questo non la porterebbe, via via, ad un totale esaurimento?

“La street art e i graffiti si manifestano in questi decenni anche come moda estetico-pubblicitaria. Non sarà certo questo, tuttavia, a pregiudicarne il successo nel sistema arte o lo scollamento dal vivo sottobosco underground che li ha generati. I vandali e gli attivisti saranno sempre attivi, moda o non moda. Lo stesso sarà per i veri artisti. Quelli che scompariranno saranno, per fortuna di tutti, i falsi artisti, i quali, approfittando della momentanea ignoranza nel campo di curatori, galleristi e collezionisti, hanno riesumato ridicole esperienze vissute nei graffiti improvvisandosi pittori”.

Quindi, con accortezza, si può investire in questa branca dell’arte? Con profitto?

“Conosco un collezionista che, acquistando un dipinto di Conor Harrington, artista post-graffiti irlandese, e rivendendolo pochi anni dopo, ha incassato oltre dieci volte il valore dell’investimento. Non si tratta certo di truffa, moda o fortuna, ma di validità e serietà del percorso dell’artista, di importanza dell’opera, promozione, solidità e prestigio degli operatori che lo rappresentano. Comincio anche a riscontrare una presenza via via sempre più diffusa di esperti, saggistica, strumenti per raccontare e valorizzare queste esperienze d’arte con serietà e competenza“.

di Alessandra Tonizzo

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Monday, 05 December 2016
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